Capitolo II
Controcorrente
8 ottobre 2026
«Hai una faccia terribile.»
«Grazie. È sempre piacevole ricevere un complimento dopo una giornata di lavoro.»
«Non era un complimento. Sembri uno che ha passato le ultime dieci ore a spostare mobili su per le scale.»
«Magari. Almeno avrei qualcosa da mostrare per tutta questa fatica.»
«Cos'è successo?»
«Niente. Ed è proprio questo il problema. Non è successo assolutamente niente di particolare. Ho lavorato, risolto un paio di problemi, risposto a una quantità assurda di messaggi e passato il resto del tempo a pensare a quello che devo ancora fare. Una giornata normale, insomma.»
«E allora perché sembri appena uscito da un funerale?»
«Perché sono stanco. Ma non della giornata di oggi. Sono stanco di arrivare ogni sera alla stessa conclusione: ho fatto un sacco di cose, eppure non è cambiato niente.»
«Forse pretendi un po' troppo da una giornata. Se hai lavorato e risolto dei problemi, qualcosa hai fatto.»
«Certo. Ho fatto il mio lavoro. Domani tornerò e ne farò altro. E dopodomani ancora. Nel frattempo tutto quello che vorrei cambiare nella mia vita rimane esattamente dov'è.»
«Questo lo capisco. A volte mi sembra che passiamo così tanto tempo a occuparci di quello che dobbiamo fare da non avere più energie per quello che vorremmo fare. E quando finalmente arriva un momento libero siamo talmente stanchi che lo passiamo a preoccuparci del giorno successivo.»
«Io ultimamente mi sento come uno che cerca di risalire un fiume con una barca a remi. Continuo a remare, anche quando non ne ho più voglia, e ogni tanto mi fermo per capire quanta strada ho fatto. Ma la riva è sempre quella. Qualche volta mi sembra addirittura di essere tornato indietro.»
«Magari è il fiume che corre troppo forte.»
«Oppure sono io che non so remare.»
«Vedi? Non riesci nemmeno a raccontare una metafora senza trovare il modo di darti dell'incapace.»
«È un talento. Peccato che non sia particolarmente richiesto sul mercato del lavoro.»
Risero.
«A proposito di lavoro, ieri mi ha scritto un giornale.»
«Per cosa? Hai mandato una lettera al direttore per lamentarti del mondo?»
«No, anche se avrei parecchio materiale. Cercano uno sviluppatore per la redazione digitale. Si chiama Il Continente, è una testata internazionale abbastanza conosciuta. Avevo mandato una candidatura qualche settimana fa e mi hanno proposto una telefonata di mezz'ora.»
«Beh, questa è una buona notizia.»
«Dovrebbe esserlo.»
«Non dirmi che hai già trovato qualcosa che non va.»
«Non ho ancora risposto.»
«Ah.»
«Già.»
«E pensare che ti lamenti continuamente del fatto che nessuno risponde alle candidature.»
«Lo so. È la quarta volta che provo a entrare in quel giornale. Le altre tre non avevano portato a niente. Questa volta finalmente qualcuno mi scrive e io passo il tempo a immaginare tutti i modi in cui potrei fare una figuraccia.»
«Devo ammettere che è un comportamento piuttosto stupido.»
«Grazie. Lo pensavo anch'io.»
«Non sto dicendo che io farei molto meglio. Quando devo affrontare un colloquio comincio a ripassare mentalmente tutto quello che dovrei sapere. Il risultato è che più cerco di prepararmi, più mi vengono in mente cose che non conosco. Alla fine mi convinco che chiunque altro sarebbe più adatto di me.»
«È esattamente quello che mi succede quando leggo gli annunci. Cercano persone con competenze su una quantità enorme di tecnologie. Io alcune le conosco, altre le ho usate poco, altre ancora le ho soltanto incontrate di sfuggita. E poi penso che magari mi faranno una domanda elementare e rimarrò lì a fissarli come un idiota.»
«Può succedere. A me è capitato di non saper rispondere a domande sulle quali, lavorando tranquillamente a casa, avrei saputo ragionare senza problemi. Davanti a qualcuno che ti sta valutando è diverso. Ti viene la fretta di dimostrare che sai tutto e finisci per dimenticare anche quello che sai.»
«Il problema è che io non credo nemmeno di sapere così tanto. Sono uno smanettone. Mi piace capire come funzionano le cose, mettere insieme tecnologie diverse, cercare soluzioni. Ma se mi chiedi di spiegarti ogni dettaglio di quello che utilizzo, prima o poi mi fermo.»
«Questo però è il modo in cui hai imparato a lavorare. Non hai passato la vita a occuparti di un unico linguaggio o di un unico sistema. Hai fatto siti, applicazioni, server, integrazioni, manutenzione. È normale che alcune cose tu le conosca meglio di altre.»
«Appunto. So fare un po' di tutto e forse niente davvero bene.»
«Questa è una conclusione tua. Io stavo dicendo un'altra cosa.»
«Lo so. Ma è difficile non pensarlo quando incontri qualcuno che conosce una tecnologia nei minimi dettagli. A volte mi sembra di essere rimasto indietro.»
«E quando invece trovi una soluzione che gli altri non avevano considerato?»
«Mi fa piacere, naturalmente. È una delle cose che mi riescono meglio, credo. Mi capita di vedere collegamenti tra strumenti diversi, di immaginare come utilizzare qualcosa in un modo per il quale non era stato pensato. Però non so nemmeno quanto sia una capacità particolare. Magari gli altri non ci pensano semplicemente perché hanno cose più importanti da fare.»
«Certo, oppure magari sei effettivamente bravo a trovare quei collegamenti. È una possibilità che potresti almeno prendere in considerazione.»
«Non vorrei montarmi la testa.»
«Tranquillo. Mi sembra un rischio abbastanza remoto.»
Sorrisero.
«E poi adesso c'è l'intelligenza artificiale» continuò. «Mi aiuta tantissimo. A volte parto da un'idea, provo a costruirla, correggo quello che non funziona e nel giro di pochi giorni riesco a realizzare qualcosa che prima mi avrebbe richiesto settimane. È fantastico, ma mi domando quanto di quello che faccio sia ancora merito mio.»
«È una domanda che mi faccio anch'io. Quando utilizzo una libreria scritta da qualcun altro non mi sento un impostore. Quando invece mi faccio aiutare da un'intelligenza artificiale, ogni tanto ho la sensazione di aver saltato un passaggio che avrei dovuto affrontare da solo.»
«Esatto. E se un giorno mi ritrovassi senza tutti questi strumenti?»
«Probabilmente ci metteresti molto più tempo. Come chiunque altro. Ma il fatto che uno strumento ti renda più veloce non significa automaticamente che tu non sappia fare il tuo lavoro.»
«Dipende anche da quanto capisci di quello che stai facendo.»
«Sicuramente. E lì bisogna essere onesti. Se copi qualcosa senza capirlo e poi non sai sistemarlo quando si rompe, hai un problema. Ma non mi sembra che tu ti limiti a premere un pulsante e sperare che tutto funzioni.»
«No. Mi piace proprio capire come mettere insieme le cose. A volte mi entusiasmo come un bambino quando un'idea prende forma. Il guaio è che poi mi guardo intorno e mi domando se alla mia età non dovrei essere impegnato in qualcosa di più serio.»
«Tipo?»
«Non lo so. Qualcosa che mi permetta di guadagnare di più, per cominciare.»
«Ah, quindi il problema non è che giochi con i computer. È che non riesci a farti pagare abbastanza per farlo.»
«Detta così sembra una battuta, ma non è tanto lontana dalla verità.»
«Non voleva essere soltanto una battuta.»
Per qualche istante nessuno aggiunse altro.
«Comunque non è che costruisco cose soltanto per divertirmi» riprese. «Mi piace che abbiano un'utilità. Anche quando non c'è un guadagno immediato, cerco sempre di dare un senso a quello che faccio.»
«Come quel progetto di strumenti online?»
«Officina Aperta. Sì. Continuo a lavorarci. Vorrei raccogliere strumenti gratuiti che chiunque possa utilizzare senza dover aprire un account o sottoscrivere un abbonamento per ogni piccola funzione. E poi articoli, video, magari qualche podcast per spiegare come funzionano certe cose.»
«L'idea mi piace, ma continuo a chiedermi se non ti stia complicando inutilmente la vita. Hai già un lavoro, studi, hai mille problemi da risolvere. E nelle poche ore libere ti metti a costruire un servizio gratuito per persone che probabilmente non conoscerai mai.»
«Detta così sembra davvero una pessima idea.»
«Non ho detto che sia pessima. Mi domando soltanto se te lo puoi permettere.»
«Probabilmente no. Ma non riesco nemmeno a immaginare di passare tutto il mio tempo libero a fare soltanto cose che servono a pagare le bollette. Mi piace costruire qualcosa che possa essere utile. Se una persona risolve un problema grazie a uno strumento che ho realizzato, per me ha già un senso.»
«Va bene, ma il senso non paga il server.»
«Infatti sto cercando un modo per rendere il progetto sostenibile. Qualche piccola sponsorizzazione, delle donazioni, magari qualcuno che decide di offrirmi un caffè perché gli ho fatto risparmiare tempo. Non pretendo di diventare ricco. Vorrei soltanto che il progetto potesse mantenersi e, se possibile, contribuire un po' alle mie entrate.»
«Non sarebbe male. Anche se dovresti riuscire a farlo conoscere. E oggi farsi notare su Internet è quasi un lavoro a tempo pieno.»
«Lo so. È per questo che provo a scrivere articoli, preparare video e cercare nuovi modi per raggiungere le persone. Però non voglio trasformare tutto in una corsa ai numeri. Se un giorno il sito diventasse molto utilizzato senza che nessuno sapesse chi lo ha costruito, sarei contento lo stesso.»
«Davvero non ti interesserebbe avere un po' di riconoscimento?»
«Mi farebbe piacere ricevere qualche messaggio, sapere che qualcuno ha trovato utile quello che ho fatto. Ma non ho bisogno di diventare famoso. Mi interessa di più che il progetto funzioni.»
«Io forse sarei un po' più vanitoso. Dopo aver passato centinaia di ore a costruire qualcosa, almeno una pacca sulla spalla mi piacerebbe riceverla.»
«Non ho detto che mi dispiacerebbe. Ma non è il motivo per cui lo faccio.»
«D'accordo. Però non dimenticare che il tuo tempo ha un valore anche quando lo regali.»
«È proprio quello che sto cercando di capire.»
Si fermarono un momento. La pioggia aveva cominciato a battere contro i vetri e il rumore delle macchine sulla strada sembrava arrivare da molto lontano.
«E il libro?» disse l'altro. «Continui a scrivere anche quello?»
«Fin dove arrivo? Sì, anche se non so ancora bene cosa diventerà. Non voglio dargli una struttura troppo rigida. Ci saranno racconti, pensieri, forse fotografie o altre cose che mi verranno in mente. Per adesso mi interessa soprattutto avere un posto dove poter scrivere liberamente.»
«Quello però è un progetto diverso. Non stai cercando di offrire uno strumento a qualcuno.»
«No. È nato perché avevo bisogno di parlare. Negli ultimi anni ho accumulato così tanti pensieri che a volte mi sembra di non avere più spazio per contenerli. Ho parlato con amici, familiari, con la mia psicologa. Sono persone che mi hanno ascoltato davvero, ma a un certo punto ho cominciato a sentirmi in colpa anche per questo.»
«Perché?»
«Perché vedevo la loro preoccupazione. A volte avevo soltanto bisogno di raccontare qualcosa che mi faceva stare male, senza aspettarmi una soluzione. Ma quando vuoi bene a qualcuno è difficile ascoltarlo soffrire senza cercare di aiutarlo. E così finivo per preoccuparmi anche di come si sentivano loro dopo avermi ascoltato.»
«Capisco. Però non puoi nemmeno pretendere di affrontare tutto da solo per non disturbare gli altri.»
«Non è quello che voglio fare. Il libro è soltanto un altro modo per mettere fuori certe cose. Posso scrivere senza dovermi preoccupare di trovare subito una conclusione o di spiegare perché mi sento in un certo modo.»
«E hai deciso di pubblicarlo su Internet. Che, bisogna ammetterlo, non è esattamente famoso per essere un posto tranquillo.»
«Dipende da come lo usi. Non ci sono commenti, like o classifiche. È un piccolo spazio anonimo. Chi vuole può leggere, chi non è interessato può andarsene. Non devo convincere nessuno a restare.»
«Però speri che qualcuno lo legga.»
«Sì. Mi piacerebbe che una persona che sta attraversando un periodo difficile potesse riconoscersi in qualcosa che ho scritto. Non per trovare risposte, perché non ne ho nemmeno per me, ma magari per sentirsi un po' meno sola.»
«Quindi anche quando scrivi per alleggerirti, finisci per sperare che possa servire a qualcun altro.»
«Non vedo perché le due cose debbano escludersi.»
«Non lo penso neanch'io. Mi chiedo soltanto quando trovi il tempo per fare tutto questo.»
«La sera, nei fine settimana, quando riesco. A volte rinuncio a qualcosa, altre volte mi ritrovo a letto troppo tardi. Non è il massimo, lo so.»
«E poi ti chiedi perché sei stanco.»
«Anche tu non perdi occasione per farmelo notare.»
«Qualcuno dovrà pur farlo.»
Sorrisero.
«Il problema è che, se smettessi di fare tutte queste cose, non credo che starei molto meglio» continuò. «Forse dormirei qualche ora in più, ma mi mancherebbe qualcosa. Ho bisogno di sentire che sto costruendo qualcosa che mi appartiene, anche se piccolo.»
«Lo capisco. Però c'è una differenza tra avere un progetto che ti dà soddisfazione e riempire ogni momento libero perché hai paura di fermarti. Non sono sicuro che tu riesca sempre a distinguere le due cose.»
«Probabilmente no. A volte nemmeno io so se sto lavorando a qualcosa perché ci credo o perché, finché sono occupato, riesco a non pensare al resto.»
«E il resto, purtroppo, non sparisce.»
«No. Mi aspetta pazientemente ogni volta che chiudo il computer.»
La conversazione si interruppe. Per qualche minuto rimasero ad ascoltare la pioggia.
«Hai trovato qualche appartamento interessante?» domandò infine l'altro.
«Ne trovo continuamente. Il problema è che non posso permettermeli.»
«Immaginavo. Gli affitti in questa città sono diventati assurdi. Ho guardato anch'io qualche annuncio ultimamente e mi sono chiesto come faccia una persona con uno stipendio normale a vivere da sola senza passare il resto del mese a mangiare pasta in bianco.»
«Io sarei anche disposto a mangiare pasta in bianco ogni tanto. Ma non posso rischiare di ritrovarmi senza soldi per pagare una bolletta. E poi c'è mia figlia. Vorrei che avesse un posto dove stare quando viene da me.»
«Ti servirebbero almeno due camere, allora.»
«No, me ne basta una. La lascerei a lei. Io potrei dormire su un divano letto in soggiorno. Non sarebbe il massimo della comodità, ma non mi importa. Vorrei soltanto che avesse una stanza dove tenere le sue cose, giocare, dormire e sentirsi a casa.»
«Il divano letto dopo un po' potrebbe diventare una tortura.»
«Probabilmente. Ma sarebbe una tortura scelta da me, nel mio appartamento. Già questo mi sembra un miglioramento.»
«Vista così, non posso darti torto.»
«E non sto cercando chissà cosa. Una cucina, un bagno, un soggiorno e una camera per lei. Un posto nel quale poter chiudere la porta la sera e non sentirmi continuamente fuori posto. Mi sembra una richiesta abbastanza modesta.»
«Lo è. Ma una richiesta modesta può diventare difficile da soddisfare quando i prezzi non hanno niente a che vedere con quello che guadagni. E quando hai una figlia non puoi nemmeno permetterti di prendere il primo posto che trovi e sperare che vada tutto bene.»
«Esattamente. Non voglio prometterle una casa e poi scoprire che non riesco a mantenerla. Vorrei offrirle un ambiente tranquillo, qualcosa di stabile. So che la situazione familiare è complicata e che non posso cancellare tutte le conseguenze di quello che sta succedendo, ma almeno vorrei evitare di aggiungere altre difficoltà.»
«È anche per questo che cerchi un altro lavoro.»
«Soprattutto per questo. Uno stipendio migliore potrebbe permettermi di fare finalmente qualcosa di concreto. Ma più penso a quanto ne ho bisogno, più mi spaventa l'idea di fallire.»
«E così siamo tornati al giornale.»
«Già. Una telefonata di mezz'ora che nella mia testa è diventata una specie di esame dal quale dipende il resto della mia vita.»
«Il che è abbastanza assurdo, se ci pensi. Magari vogliono soltanto conoscerti e raccontarti qualcosa della posizione. Potresti perfino scoprire che non è il lavoro che cerchi.»
«Lo so. Ma quando hai bisogno che qualcosa cambi, ogni possibilità sembra enorme. E quando una possibilità diventa enorme, anche la paura di perderla lo diventa.»
«Questo è vero. Però non puoi continuare a lamentarti delle porte chiuse e poi avere paura di attraversare quelle che si aprono.»
«È una frase piuttosto facile da dire quando non sei tu a dover entrare.»
«Hai ragione. E probabilmente, al tuo posto, passerei la notte a immaginare le stesse cose. Ma questo non significa che sarebbe una buona idea.»
«No, infatti.»
«E poi, nella peggiore delle ipotesi, farai un colloquio che andrà male. Non sarà piacevole, ma non sarà nemmeno la fine del mondo.»
«Il problema è che ultimamente ogni delusione pesa un po' più della precedente. Quando continui a provarci senza ottenere risultati, anche sentirsi dire che almeno hai fatto esperienza diventa irritante. A un certo punto vorresti semplicemente che qualcosa andasse bene.»
«Magari senza doverne ricavare una lezione di vita.»
«Esattamente. Un successo normale, senza morale finale. Sarebbe una novità interessante.»
Risero.
«Sai cosa mi pesa più di tutto?» riprese dopo un po'. «Non è nemmeno la mancanza di soldi in sé. È quello che mi impedisce di fare. Non poter scegliere dove vivere, non sapere quando riuscirò a cambiare situazione, dover continuamente fare i conti prima di prendere qualsiasi decisione. Mi sembra di essere arrivato a un'età nella quale dovrei avere almeno queste cose sotto controllo.»
«Quarant'anni non sono una scadenza entro la quale devi aver risolto ogni problema.»
«Lo so, ma prova a dirlo a qualcuno che a quarant'anni non riesce a permettersi un appartamento.»
«Non voglio farti il discorso che l'età è soltanto un numero e che ognuno ha i propri tempi. Sono frasi che suonano bene finché non devi pagare un affitto. Però non credo nemmeno che la tua situazione economica dica tutto quello che c'è da sapere su di te.»
«Forse no. Ma è difficile sentirsi capaci quando non riesci nemmeno a garantirti una vita indipendente. Continuo a lavorare, studiare, cercare opportunità, eppure sono ancora qui. A volte mi sembra di aver passato anni a cercare di dimostrare qualcosa senza riuscire mai a convincere me stesso.»
«È una cosa che conosco. Quando qualcosa va male, riesco a ricordarmelo per mesi. Quando invece riesco a fare qualcosa di buono, dopo un paio di giorni mi sembra già normale, quasi scontato. Come se le cose riuscite non contassero perché avrei dovuto farle comunque.»
«Esatto. E non importa quante cose riesco a fare. Ce n'è sempre un'altra che non ho fatto, una competenza che mi manca, qualcuno che ha ottenuto più di me.»
«A volte penso che il problema sia proprio quello. Non ci concediamo mai di arrivare da qualche parte. Appena raggiungiamo qualcosa, spostiamo il traguardo un po' più avanti.»
«E intanto continuiamo a remare.»
«Già.»
«Però non voglio nemmeno raccontarmi che tutto dipenda dal mio modo di pensare. Ci sono problemi molto concreti. Se domani trovassi un appartamento che posso permettermi e uno stipendio sufficiente per vivere, non diventerei improvvisamente una persona felice e sicura di sé. Ho tante cose irrisolte che mi porto dietro da anni e sulle quali continuo a lavorare. Ma almeno potrei respirare un po'.»
«Credo che sia una distinzione importante. A volte si parla di autostima come se bastasse imparare a volersi bene per sistemare tutto. Ma se ogni mese devi scegliere quali spese rimandare, non è soltanto una questione di come ti guardi allo specchio.»
«Esattamente. Non cerco una vita perfetta. Vorrei soltanto avere abbastanza tranquillità per affrontare un problema alla volta, invece di averli tutti addosso contemporaneamente.»
«E forse una casa tua sarebbe anche un modo per dimostrare a te stesso che sei riuscito a fare qualcosa.»
«Sì. Non so se riesco a spiegarmi, ma credo che sarebbe una delle soddisfazioni più grandi degli ultimi anni. Entrare in un piccolo appartamento, sistemare le mie cose, preparare la stanza per mia figlia e sapere che posso permettermi di mantenerlo. Non sarebbe niente di straordinario per tante persone. Per me sarebbe la prova che almeno una parte della mia vita sono riuscito a rimetterla in piedi.»
«E magari, una volta sistemato quello, potresti smettere di considerare ogni altra difficoltà come la dimostrazione che hai fallito.»
«Magari. Anche se mi conosco abbastanza da sapere che troverei presto qualcos'altro di cui preoccuparmi.»
«Su questo non ho il minimo dubbio.»
«Grazie per la fiducia.»
«Prego.»
Sorrisero.
La pioggia si era fatta più leggera. Ogni tanto passava una macchina, lasciando dietro di sé il rumore delle ruote sull'asfalto bagnato.
«Comunque domani rispondi a quel giornale» disse uno dei due.
«Sì, domani rispondo.»
«Non aspettare troppo. Più tempo lasci passare, più ti inventerai motivi per non farlo.»
«Lo so. E poi magari saranno persone normalissime, che cercano qualcuno capace di risolvere problemi senza dover necessariamente conoscere ogni dettaglio dell'universo informatico.»
«Oppure cercano davvero un genio.»
«In quel caso potrò sempre propormi per riparare la macchina del caffè.»
Risero.
«Sai, forse è questo che mi manca ultimamente» disse il primo. «La possibilità di fare qualcosa senza attribuirgli immediatamente un'importanza enorme. Un colloquio dovrebbe essere un colloquio, un progetto dovrebbe essere un progetto. Invece ogni cosa diventa una prova del fatto che valgo qualcosa oppure no.»
«E quando vivi così, anche le cose che ti piacciono finiscono per diventare faticose.»
«Già. Eppure non voglio smettere di provarci. Nonostante tutto, continuo a pensare che prima o poi qualcosa potrebbe cambiare. Non so se sia ottimismo, testardaggine o semplicemente incapacità di arrendermi.»
«Probabilmente un po' tutte e tre. Ma non mi sembra il caso di risolvere anche questo stasera.»
«No, direi proprio di no. Sono stanco.»
«Anch'io. E domani sarà un'altra giornata piena.»
«Un'altra giornata a remare.»
«Speriamo almeno di avanzare un po'.»
Rimase seduto ancora qualche minuto, ascoltando il rumore della pioggia che ormai si era ridotta a poche gocce. La tazza sul tavolo era vuota da un pezzo e avrebbe dovuto portarla in cucina, ma non aveva voglia di alzarsi.
Alla fine si decise. Spense la luce, raccolse il telefono e si avviò verso la porta. Prima di uscire dalla stanza si fermò, come se avesse dimenticato qualcosa.
«Domani rispondi a quel giornale» disse a bassa voce.
Aspettò qualche secondo.
«Sì, domani.»
Tornò indietro a prendere la tazza.
Sul tavolo non ce n'erano altre.