Ringraziamenti

Ci sono percorsi che sembrano solitari, ma che non lo sono mai completamente.

Anche questo, per quanto personale, non comincia da zero. Ci sono persone che sono state lì prima di queste pagine, prima di Fin dove arrivo, e che in modi diversi hanno contribuito a farmi arrivare fin qui.

La mia famiglia

La prima cosa che voglio fare è ringraziare la mia famiglia.

Da fuori la mia è probabilmente sempre sembrata una storia piuttosto normale. E in fondo lo è stata. Sono stato un bambino normale, cresciuto in una famiglia normale, con i problemi, le incomprensioni e le difficoltà che possono appartenere a tante famiglie.

Eppure, guardandomi indietro, mi accorgo che dentro quella normalità qualcosa in me è sempre stato un po' più complicato di quanto apparisse.

Non sempre era facile capirmi. Probabilmente non lo era nemmeno per me.

Durante un'adolescenza particolarmente difficile, la mia famiglia mi è stata accanto. Ognuno a modo proprio, non sempre nel modo in cui avrei voluto o di cui pensavo di avere bisogno in quel momento. Con gli anni però ho imparato che voler bene a qualcuno non significa necessariamente sapere sempre come aiutarlo.

A volte significa semplicemente esserci.

E loro ci sono stati.

Sono rimasti anche quando probabilmente era difficile capire cosa mi stesse succedendo, quando comunicare con me non era semplice e quando io stesso non sapevo spiegare quello che avevo dentro.

Per questo una parte della strada che ho percorso fino ad oggi appartiene anche a loro.

Davide

Poi c'è Davide.

La vita ci ha portati entrambi lontano dal posto dal quale siamo partiti. Abbiamo lasciato il nostro Paese, costruito pezzi delle nostre vite all'estero e imparato cosa significhi avere contemporaneamente più posti che puoi chiamare casa e, qualche volta, nessuno che lo sembri completamente.

Non viviamo nella stessa città e ormai buona parte della nostra amicizia passa attraverso un telefono.

Eppure Davide è rimasto una di quelle persone che posso chiamare.

Negli anni ci siamo raccontati lavoro, famiglia, problemi, decisioni, paure e tutte quelle piccole e grandi assurdità che compongono una vita adulta. Mi ha dato consigli quando ne avevo bisogno e, cosa forse ancora più importante, altre volte ha semplicemente ascoltato.

La distanza geografica ha una strana capacità di selezionare i rapporti. Alcuni lentamente scompaiono. Altri, nonostante i chilometri e il tempo che passa, rimangono.

Il nostro è rimasto.

E sapere che da qualche parte esiste ancora qualcuno al quale puoi telefonare e dire semplicemente «senti, devo raccontarti una cosa» vale molto più di quanto normalmente diciamo ai nostri amici.

Grazie, Davide.

Chiara Valdani

Un ringraziamento particolare va alla mia psicologa, Chiara Valdani.

Chiara e io non ci siamo mai incontrati di persona.

Può sembrare un dettaglio, ma per me non lo è affatto.

Tutto il nostro percorso si è svolto a distanza, attraverso uno schermo. Due persone in due luoghi diversi che, a un'ora stabilita, aprono una finestra sul computer e provano a entrare insieme in posti molto meno semplici da raggiungere.

All'inizio avevo dei dubbi. La terapia è già qualcosa di difficile di per sé: significa affidare a un'altra persona pensieri, paure e parti di te che spesso fai fatica ad ammettere persino a te stesso. Farlo attraverso una videoconferenza sembrava aggiungere un'ulteriore distanza a qualcosa che avrebbe avuto bisogno, invece, di vicinanza.

Eppure quella distanza, con il tempo, ha smesso di esistere.

Chiara è riuscita a creare attraverso uno schermo qualcosa che pensavo avesse bisogno di una stanza condivisa per poter esistere: uno spazio nel quale sentirmi al sicuro.

Non ho mai avuto la sensazione di parlare semplicemente a una persona dall'altra parte di una connessione. Ho avuto la sensazione che ci fosse.

Ed esserci, ho scoperto, non è necessariamente una questione di distanza.

È riuscita a farmi sentire al sicuro e, contemporaneamente, a sconvolgermi. A mettere in discussione alcune delle certezze sulle quali avevo costruito parti della mia vita e, nello stesso momento, a darmene di nuove alle quali aggrapparmi quando ne avevo bisogno.

Ci sono state domande che avrei preferito non sentire. Silenzi nei quali avrei preferito che parlasse lei. Cose che avrei voluto lasciare esattamente dove le avevo nascoste.

Ma non mi sono mai sentito giudicato per averle tirate fuori.

E forse è proprio questa una delle cose più difficili da spiegare della terapia: sentirsi abbastanza al sicuro da permettere a qualcuno di accompagnarti proprio nei posti di te stesso nei quali normalmente non vorresti far entrare nessuno.

Chiara ha saputo farlo senza che ci trovassimo mai fisicamente nella stessa stanza.

E questa cosa, ancora oggi, mi sorprende.

C'è poi qualcosa per cui le sarò particolarmente grato.

Ci sono stati momenti nei quali anche i soldi erano pochi e continuare la terapia diventava un'altra delle tante cose da far entrare nei conti della vita quotidiana. Anche allora non mi ha mai fatto sentire semplicemente un appuntamento in un'agenda o un'ora da fatturare.

Mi ha fatto sentire che dietro il ruolo professionale continuava ad esserci una persona che aveva a cuore il percorso che stavamo facendo.

Nora

E poi c'è Nora.

Forse questo è il ringraziamento più difficile da scrivere.

Perché non voglio ringraziarla per qualcosa che ha fatto.

Voglio semplicemente ringraziarla perché esiste.

Essere suo padre è uno dei legami più profondi della mia vita. Ed è anche uno dei motivi per cui alcune delle fantasie che racconterò in queste pagine resteranno, probabilmente, fantasie.

Ci saranno momenti in questo viaggio nei quali scriverò di voler lasciare tutto. Una casa, una città, un lavoro, una vita intera. Scriverò del desiderio di prendere una strada e continuare a camminare senza sapere dove porta.

Qualche volta desidererò non avere più nessun vincolo.

E sarebbe disonesto fingere che essere padre non sia anche un vincolo.

Lo è.

Ma esistono vincoli dai quali desideriamo liberarci e altri che, anche quando rendono la nostra vita infinitamente più complicata, non vorremmo perdere per niente al mondo.

Nora appartiene ai secondi.

La amo abbastanza da sapere che la mia libertà non può essere semplicemente sparire.

E forse una parte di questo viaggio consiste proprio nel capire se esiste un modo per ritrovare me stesso senza smettere di essere suo padre.

Ho cercato di esserci per lei. Non so se ci sono sempre riuscito nel modo giusto. Essere genitori significa anche scoprire continuamente quanto poco sappiamo di quello che stiamo facendo.

So però quanto mi faccia male quando percepisce le tensioni degli adulti intorno a lei. Vorrei poterle risparmiare tutto questo. Vorrei che il peso delle nostre scelte non arrivasse mai sulle sue spalle.

Non posso prometterle una vita perfetta.

Posso soltanto continuare a provare a essere suo padre.

E forse un giorno, quando sarà grande, capirà qualcosa che oggi non potrebbe capire: che durante un periodo nel quale suo padre non sapeva più molto bene chi fosse, lei è stata una delle poche cose sulle quali non ha mai avuto bisogno di interrogarsi.

Ti voglio bene, Nora.

Grazie di esserci.


Non so ancora dove mi porterà tutto questo.

Del resto, se lo sapessi, questo sito avrebbe probabilmente un altro nome.

Ma so che alcune persone mi hanno accompagnato per un pezzo della strada.

La mia famiglia, Davide, Chiara e altre persone che magari compariranno tra queste pagine sotto nomi diversi o senza un nome.

A loro devo qualcosa di molto semplice e molto importante:

non aver dovuto percorrere tutta la strada da solo.