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Fin dove arrivo Capitolo IV
Capitolo IV di IV

Capitolo IV

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12 ottobre 2026

Qualche giorno fa sono andato a cercare un vecchio hard disk che conservavo in un cassetto da parecchi anni. Sapevo perfettamente cosa ci fosse dentro: fotografie, migliaia di fotografie, alcune delle quali risalivano a più di vent'anni fa. Non era un oggetto dimenticato che avevo ritrovato per caso facendo ordine. Mi ero ricordato di averlo e, per qualche motivo, avevo sentito il bisogno di recuperarlo.

Sul momento non mi sono chiesto troppo perché. Mi ero detto che volevo sistemare le vecchie fotografie, magari riunirle a quelle più recenti, e mi sembrava una ragione più che sufficiente. Del resto sono sempre stato piuttosto attento a conservare i miei dati, soprattutto quando si tratta di qualcosa che non potrei recuperare una volta perso.

Oggi quasi tutte le mie fotografie finiscono automaticamente su Google Foto. Scatto un'immagine con il telefono e pochi istanti dopo so che è stata caricata da qualche parte, pronta per essere ritrovata anche tra dieci anni. È una comodità alla quale mi sono abituato così tanto da non farci nemmeno più caso. Ma prima che questi servizi diventassero parte della nostra quotidianità, le cose funzionavano diversamente. Le fotografie si trasferivano dalla macchina fotografica al computer, poi magari su un CD, su un DVD o su un disco esterno, sperando di ricordarsi di fare una copia prima che qualcosa si rompesse.

Quel vecchio hard disk apparteneva proprio a quel periodo. Conteneva immagini che avevo conservato personalmente, spostandole da un computer all'altro nel corso degli anni, molto prima che un servizio online cominciasse a occuparsene al posto mio.

L'ho collegato al computer e ho aspettato che si accendesse. Per qualche secondo ho ascoltato il rumore del disco che cominciava a girare, chiedendomi se dopo tanto tempo avrebbe funzionato ancora. Quando sono comparse le cartelle, ho provato una certa soddisfazione. C'era tutto quello che ricordavo.

La prima cosa che ho fatto, però, non è stata mettermi a guardare le fotografie. Ho cominciato a preoccuparmi di come conservarle.

Credo sia una deformazione professionale. Davanti a un disco vecchio di circa quindici anni, il mio primo pensiero è stato che non potevo continuare ad affidargli una parte così importante della mia vita. Ho un NAS a casa, con due dischi configurati in modo che il guasto di uno non comporti automaticamente la perdita dei dati, e potevo utilizzarlo per conservare quelle immagini. Ma sapevo anche che due dischi nello stesso dispositivo non risolvono ogni problema: un errore, un furto o un altro imprevisto possono comunque compromettere tutto.

Poi ho pensato a Google Foto. È vero che mi permette di conservare e ritrovare facilmente le immagini, ma cosa succederebbe se un giorno perdessi l'accesso al mio account? O se, per qualsiasi motivo, non potessi più utilizzare quel servizio?

Insomma, mi sono messo a fare quello che so fare: organizzare, copiare, controllare e cercare di ridurre il più possibile il rischio di perdere qualcosa. Non entrerò nei dettagli tecnici, perché non è questo il punto della storia. Mi interessa piuttosto il fatto che, pur sapendo di avere davanti vent'anni e più di ricordi, abbia sentito prima di tutto il bisogno di metterli al sicuro.

E mentre facevo queste operazioni ho cominciato a riflettere su un'altra cosa, apparentemente distante dalle fotografie ma che, almeno nella mia testa, era strettamente collegata.

Negli ultimi anni ci siamo abituati a pagare per utilizzare cose che una volta avremmo comprato. E non parlo soltanto di oggetti materiali, ma anche di musica, film, programmi informatici e perfino dello spazio nel quale conserviamo i nostri ricordi.

Non voglio fare il nostalgico che sostiene che una volta fosse tutto migliore. Sarebbe anche un po' ridicolo, visto quanto utilizzo la tecnologia e quanto ne apprezzo le possibilità. Però mi accorgo che abbiamo cominciato a confondere la comodità di avere accesso a qualcosa con il fatto di possederla.

Le fotografie sono un buon esempio. Le ho scattate io, raccontano la mia vita, eppure per anni ho affidato la loro conservazione a un'azienda privata. Questo non significa che l'azienda possa farne liberamente quello che vuole, ma significa che una parte dei miei ricordi dipende da un servizio, dalle sue condizioni e dalla possibilità di continuare ad accedervi.

È come consegnare gli album di famiglia a uno sconosciuto e dirgli: «Tienili tu, mi fido. Quando ne avrò voglia verrò a sfogliarli». È una soluzione comoda, forse persino più sicura di tenerli in una scatola in cantina, ma resta il fatto che non sono più soltanto nelle mie mani.

Con la musica mi succede qualcosa di simile. Pago un abbonamento e posso ascoltare praticamente tutto quello che desidero, scoprire artisti nuovi e portarmi dietro migliaia di album senza occupare un centimetro di spazio. È fantastico, finché non mi fermo a pensare che non possiedo nessuno di quei brani. Se domani smettessi di pagare, mi ritroverei senza quella biblioteca musicale che ormai considero parte della mia quotidianità.

Qualche giorno fa questa sensazione è diventata particolarmente fastidiosa per una ragione piuttosto banale.

Volevo guardare un film con mia figlia e mi era venuto in mente Hook – Capitan Uncino, quello con Robin Williams. È uno di quei film che durante la mia giovinezza passavano spesso in televisione e che associo a un periodo nel quale bastava accendere la TV e aspettare che cominciasse qualcosa di interessante.

Ho iniziato a cercarlo tra i servizi di streaming ai quali sono abbonato, convinto che prima o poi sarebbe saltato fuori. Alla fine l'ho trovato, ma per guardarlo avrei dovuto pagare un noleggio aggiuntivo.

Non era una questione di soldi, almeno non soltanto. La cifra richiesta era modesta, ma mi sono irritato lo stesso. Pago già ogni mese diversi servizi per poter guardare film e serie televisive, e quando finalmente cerco un titolo preciso devo pagare ancora. Per di più, dopo averlo noleggiato, avrei avuto soltanto un periodo limitato per vederlo.

Lo so che esistono diritti di distribuzione, accordi commerciali e mille ragioni per cui un film non può essere incluso in ogni catalogo. Non pretendo che tutto sia gratuito. Ma mi sono reso conto di quanto poco controllo abbia su ciò che pago per utilizzare.

Da lì mi è venuta un'idea che probabilmente farà sorridere qualcuno: comprare un vecchio lettore DVD e cominciare a girare per mercatini dell'usato. Ormai certi film si trovano a un euro, forse anche meno, e mi piace l'idea di poterli scegliere, portarli a casa e metterli su uno scaffale. Se tra dieci anni mia figlia vorrà rivedere Hook, o se sarò io ad averne voglia, basterà prendere il disco e inserirlo nel lettore.

Certo, anche i DVD si rovinano e i lettori si rompono. Non esiste niente di eterno. Ma almeno, finché funzionano, non devo sperare che qualcuno abbia deciso di mantenere quel film nel proprio catalogo.

Forse è una reazione esagerata a un noleggio di pochi euro, ma credo che nasca da una sensazione più generale. Mi sembra che sempre più cose della nostra vita siano legate a un pagamento periodico, a un contratto o a un servizio che qualcun altro può modificare. Non tutte queste situazioni sono paragonabili, naturalmente, ma a volte ho l'impressione di passare la vita a pagare per continuare ad avere accesso a qualcosa, senza arrivare mai al momento in cui posso dire che è davvero mio.

È una sensazione che non mi piace, anche se non sempre riesco a spiegarne il motivo.

Quando finalmente ho terminato di sistemare le fotografie, ho cominciato a guardarle con calma. Ed è stato allora che ho capito che probabilmente non ero andato a cercare quell'hard disk soltanto per mettere ordine nei miei archivi.

Sapevo cosa avrei trovato. Ricordavo bene le persone, i luoghi e quasi tutti gli episodi immortalati in quelle immagini. Non avevo bisogno di una fotografia per sapere che ero stato in vacanza in un certo posto, che avevo festeggiato un compleanno con determinati amici o che avevo trascorso un pomeriggio con una ragazza che frequentavo allora.

Quello che cercavo era qualcosa di più preciso.

Mi fermavo su una fotografia e provavo a ricostruire la giornata, non soltanto l'avvenimento. Cercavo di ricordare cosa avessimo fatto prima di scattarla, dove fossimo andati dopo, di cosa avessimo parlato. A volte bastava un particolare sullo sfondo per riportarmi alla mente una conversazione, una battuta o una situazione che non ripensavo da anni.

In una fotografia potevo riconoscere un locale nel quale eravamo andati a bere qualcosa, e subito mi tornava in mente chi aveva proposto di andarci, dove ci eravamo seduti e quanto ci eravamo divertiti. In un'altra riconoscevo una strada percorsa durante una vacanza e cercavo di ricordare il caldo di quel pomeriggio, la stanchezza, la musica che ascoltavamo in macchina.

Soprattutto cercavo di ricordare come mi sentivo.

Mi sono accorto che, almeno nel mio caso, la maggior parte delle fotografie racconta momenti belli. È normale, in fondo. Tiriamo fuori la macchina fotografica durante una vacanza, una festa, una cena con gli amici o quando siamo con qualcuno a cui vogliamo bene. Raramente ci viene voglia di immortalare una giornata nella quale siamo tristi, arrabbiati o semplicemente stanchi di tutto.

Questo significa che, guardando le fotografie di una vita, si finisce per attraversarne soprattutto i momenti felici. Non perché tutto il resto non sia esistito, ma perché di solito non abbiamo sentito il bisogno di fotografarlo.

Forse era proprio quello che stavo cercando.

Non avevo dimenticato quei giorni, ma volevo tornare a visitarli. Mi soffermavo sui dettagli perché speravo che mi aiutassero a ritrovare almeno una parte della leggerezza, dell'entusiasmo o dell'affetto che avevo provato allora.

Non so se ci sia riuscito davvero.

In certi momenti mi sono ritrovato a sorridere davanti allo schermo, ricordando episodi che avrei potuto raccontare ancora nei minimi particolari. In altri, invece, mi è venuta una tristezza difficile da spiegare. Non perché quelle fotografie raccontassero qualcosa di brutto, ma proprio perché ricordavo quanto fossero stati belli quei momenti e sapevo che non sarebbero tornati.

Mi ha colpito anche vedere come sono cambiato nel corso degli anni. Ho quarantadue anni e, osservando le fotografie di quando ne avevo venti, venticinque o trenta, a volte mi sembrava quasi di guardare un'altra persona.

Non mi riferisco soltanto ai cambiamenti normali dell'età. Certo, il viso è diverso, i capelli cambiano, il corpo cambia, ma in alcune immagini mi sembrava di avere perfino un'espressione che oggi non riconosco più. Mi chiedevo se fosse davvero così o se fossi io ad attribuire a quelle fotografie un significato diverso, guardandole con tutto quello che ho vissuto nel frattempo.

Forse, conoscendo la mia vita di oggi, cerco nel mio volto di allora qualcosa che mi permetta di capire quando sono cambiato. Come se da qualche parte, tra una fotografia e l'altra, dovesse esserci un momento preciso nel quale ho smesso di essere quel ragazzo e ho cominciato a diventare l'uomo che sono adesso.

Naturalmente non funziona così. Le persone cambiano poco alla volta, spesso senza accorgersene. Eppure continuavo a confrontare quelle immagini con il riflesso che vedo ogni mattina nello specchio, cercando differenze che andassero oltre l'età.

Non so ancora se questa immersione nel passato mi abbia fatto bene. È stata un'esperienza molto più intensa di quanto mi aspettassi e credo che avrò bisogno di tempo per assimilarla. Forse dovrò tornare a guardare quelle fotografie una seconda volta, con uno stato d'animo diverso, prima di capire cosa mi abbiano lasciato.

Una delle cose più sorprendenti è stata la voglia di condividere alcune immagini con le persone che comparivano insieme a me.

Mi veniva naturale pensare di inviare una fotografia a un vecchio amico e scrivergli: «Guarda cosa ho ritrovato! Ti ricordi quel giorno?». In alcuni casi l'ho fatto e mi ha fatto piacere scambiare qualche ricordo. In altri mi sono fermato, senza una ragione particolare.

Ma c'è stato qualcosa che mi ha incuriosito ancora di più: il desiderio di scrivere era particolarmente forte davanti alle fotografie di alcune mie ex compagne, soprattutto quelle con le quali la relazione non era finita bene.

Mi sono chiesto più volte perché.

Ripensando alle storie che ho avuto, non credo che la responsabilità di una separazione sia sempre tutta da una parte. In alcune occasioni so di aver commesso errori importanti, in altre credo di averne subiti, e ci sono state relazioni nelle quali probabilmente le circostanze hanno avuto un peso maggiore delle intenzioni di entrambi.

Con il passare degli anni, però, si cambia anche il modo di giudicare quello che è successo. Cose che allora mi sembravano giustificate oggi mi appaiono immature o egoiste, mentre certi comportamenti che non riuscivo a comprendere forse adesso li guarderei con maggiore indulgenza.

Davanti ad alcune fotografie ho pensato che mi sarebbe piaciuto scrivere a quelle persone per chiedere scusa. Non necessariamente per qualcosa di preciso, ma per il modo in cui mi ero comportato in certi momenti, per parole dette male o per cose che non avevo saputo dire.

In altri casi avrei voluto semplicemente sapere come stavano. Magari inviare una fotografia e ritrovarci a ricordare insieme quel periodo, senza secondi fini, come due vecchi amici davanti a un bicchiere di vino. Mi sarebbe piaciuto sapere se anche loro conservavano dei bei ricordi, nonostante il modo in cui le nostre storie erano finite.

Poi ho cominciato a domandarmi se le mie intenzioni fossero davvero così semplici.

Forse, oggi che la mia ultima relazione è finita sul piano sentimentale ma continua a essere difficile da chiudere nella vita quotidiana, guardare quelle fotografie mi ha fatto venire voglia di ritrovare un po' dell'affetto che avevo conosciuto in passato.

È un pensiero che non mi piace particolarmente ammettere, ma non posso escluderlo.

Mi sento molto solo in questo periodo, e forse vedere il volto di una persona che un tempo mi aveva amato mi ha ricordato cosa significasse essere desiderato, cercato, aspettato. Forse volevo soltanto sapere se fosse rimasto qualcosa di quell'affetto, anche dopo tanti anni.

Oppure cercavo una specie di assoluzione. La conferma che non ero stato soltanto una persona capace di far soffrire qualcun altro, che anche nelle relazioni finite male avevo lasciato qualche ricordo bello.

O magari era semplicemente nostalgia, senza bisogno di cercarci chissà quale spiegazione.

Non lo so, e non voglio inventarmi una risposta soltanto perché mi farebbe comodo averne una.

So che alcune fotografie le ho inviate e altre no. In certi casi mi sono fermato a pensare che, per quanto un ricordo fosse piacevole per me, non era detto che lo fosse anche per l'altra persona. Un messaggio inatteso può essere accolto con un sorriso, ma può anche riaprire qualcosa che qualcuno ha impiegato molto tempo a lasciarsi alle spalle.

Non credo che la mia voglia di ricordare mi dia automaticamente il diritto di chiedere agli altri di farlo insieme a me.

Eppure il desiderio è rimasto.

A te che stai leggendo lascio il compito di giudicare. Magari hai già capito meglio di me cosa stessi cercando. Oppure hai vissuto qualcosa di simile e sai quanto sia difficile distinguere la nostalgia dal bisogno di sentirsi ancora importanti per qualcuno.

Chissà, magari un giorno ci ritroveremo davanti a un buon bicchiere di vino e mi racconterai la tua opinione. Sono curioso di sapere se anche tu, almeno una volta, hai avuto voglia di scrivere a una persona del passato senza riuscire a capire bene perché.

C'è però una domanda che mi sono fatto mentre continuavo a scorrere quelle fotografie e che non riguarda soltanto le persone che vi compaiono.

Perché ultimamente sento così spesso il bisogno di guardare indietro?

Non è la prima volta che mi succede. Ho sempre avuto una certa nostalgia per il passato, ma questa volta mi è sembrata diversa, forse perché sto attraversando un periodo nel quale faccio molta fatica a immaginare il futuro.

Se provo a pensare alla mia vita tra qualche anno, non riesco a darle una forma precisa. Non so dove vivrò, come sarà organizzata la mia quotidianità o se riuscirò a ritrovare una stabilità che oggi mi sembra lontanissima. E quando penso alla possibilità di avere un'altra relazione sentimentale, mi accorgo che non riesco quasi nemmeno a immaginarla.

Non è una decisione che ho preso. Non mi sono detto che non vorrò mai più stare con una donna. Semplicemente, oggi, l'idea di ricominciare da capo mi sembra troppo complicata.

Conoscere qualcuno, raccontare la propria storia, imparare a fidarsi e accettare che una relazione possa finire di nuovo. Soprattutto, esporsi ancora al rischio di desiderare l'affetto di una persona senza sapere se sarà ricambiato nel modo in cui ne abbiamo bisogno.

Forse sono soltanto stanco. Forse tra qualche tempo guarderò le cose diversamente. Ma adesso non riesco a vedere quel futuro con serenità.

Il passato, invece, ha qualcosa di rassicurante. Non perché sia stato tutto bello, anzi, ma perché so già cosa è successo. Posso ripensare a una vacanza, a una serata o a una persona senza dovermi preoccupare di quello che accadrà domani. Posso scegliere una fotografia e soffermarmi su un momento felice, cercando di ricordarne ogni dettaglio.

Mi rendo conto che è un modo un po' selettivo di guardare alla propria vita. Le fotografie non raccontano tutto e la memoria, a volte, finisce per rendere più belli anche momenti che allora non erano così perfetti. Ma forse è proprio questo che sto facendo: cercare nel passato qualcosa che oggi faccio fatica a trovare nel presente.

Non so se sia una cosa buona o cattiva. Probabilmente dipende da quanto tempo ci rimango e da cosa faccio quando chiudo quelle cartelle.

Dopo diversi giorni ho finito di sistemare tutte le immagini. Ho controllato che le copie fossero a posto, che non mancasse niente e che quel vecchio hard disk non fosse più l'unico posto nel quale conservavo una parte così importante della mia vita.

Poi l'ho rimesso nel cassetto.

Mi sono sentito sollevato. Avevo fatto quello che volevo fare e sapevo che, almeno dal punto di vista tecnico, quei ricordi erano più al sicuro di prima.

Eppure continuavo a pensare al motivo per cui ero andato a cercare quel disco.

Mi ero detto che volevo recuperare delle vecchie fotografie, ed era vero. Ma forse, già nel momento in cui avevo aperto quel cassetto, una parte di me sapeva che stavo cercando qualcos'altro.

Non avevo dimenticato quei momenti. Ricordavo le persone, i luoghi, le giornate trascorse insieme. Volevo tornare a sentirli vicini, ricordare come stavo quando quelle fotografie erano state scattate e, forse, ritrovare qualcosa della persona che ero allora.

In fondo avevo passato giorni a preoccuparmi che un vecchio hard disk potesse smettere di funzionare, cercando di salvare tutto il possibile prima che fosse troppo tardi.

Poi ho pensato a me stesso.

A quanto sono cambiato, a quanto mi sento diverso dal ragazzo che vedevo in quelle fotografie e alla difficoltà che provo oggi nell'immaginare quello che mi aspetta. Mi sono chiesto se questo continuo desiderio di tornare indietro non sia anche un modo per cercare di conservare qualcosa di me, qualcosa che temo di perdere senza nemmeno accorgermene.

Forse, come quel vecchio hard disk, anch'io sto cominciando a dare qualche segno di cedimento. E forse il motivo per cui sono andato a cercare quelle fotografie non era soltanto il desiderio di rivederle, ma la necessità di ritrovare una parte di me che non so più bene dove sia finita.

Ho guardato ancora una volta le cartelle sullo schermo, poi ho spento il computer.

Con le fotografie era stato facile: avevo trovato un modo per proteggerle e sapevo che, se un giorno il vecchio disco avesse smesso di funzionare, avrei avuto delle copie da cui recuperarle.

Con me stesso non sapevo come fare.

Forse è per questo che continuo a cercare nel passato, come se da qualche parte ci fosse ancora una versione di me che potrei recuperare.

Come se, senza rendermene conto, stessi cercando anch'io un pulsante sul quale cliccare.

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